lunedì, gennaio 16, 2017

Come dite, sono già alla parte quarta della nostra vacanza berlinese e ancora non vi ho raccontato niente di Berlino? In effetti diciamo che la visita della città è decisamente passata in secondo piano, siamo stati piuttosto presi dalla piccola iena e dalla sua febbre :-(
Visto che sono ormai diventata una grande esperta di mezzi pubblici locali e attenta conoscitrice del regolamento gtt, vi racconto quali sono le principali differenze tra le due reti di trasporto. L'azienda che gestisce i trasporti pubblici a berlino si chiama BVG e la rete integra autobus, treni (sia sopra che sotto il piano stradale) e tram. Nel corso della nostra vacanza abbiamo usato treni e tram, ma mai bus, quindi su questi non posso dare nessun feedback.
Il biglietto semplice copre le zone AB, costa 2,70 euro e ha una durata massima di 2 ore. A differenza di una corsa semplice GTT però, questo biglietto non può essere utilizzato per andare e tornare, ma in una sola direzione. Puoi cambiare mezzo di trasporto, treno, tram e bus, ovviamente restando nella fascia AB, ma senza tornare mai indietro. Sono strani questi tedeschi. L'aeroporto dove siamo atterrati, Tegel, si trova entro questa fascia e con uno di questi biglietti potete tranquillamente raggiungere il centro della città usando il bus TXL che fa capolinea ad Alexanderplatz (tempo impiegato: circa 40 minuti) oppure scendendo alla terza fermata del bus di cui sopra e prendendo il treno S41/S42 alla stazione Beusselstrasse a seconda di dove dovete andare. L'unica cosa di cui non dovete preoccuparvi sono i tempi di attesa: sia il bus TXL che i treni passano spessissimo: se vi va male 7/8 minuti di attesa e si va, questo ovviamente per la mia esperienza personale viaggiando sempre durante il giorno e mai di notte.
L'utilizzo della rete è gratuito per i bambini mi pare fino ai sei anni, quindi anche la piccola iena ha viaggiato a scrocco. E' consentito anche il trasporto di bambini piccoli in passeggini e carrozzine, almeno sui trami e sui treni che abbiamo utilizzato anche noi. A questo aggiungo che molti là usano come passeggino il carrettino della bicicletta, un catafalco di dimensioni interessanti che qua nessuno sano di mente si sognerebbe mai di caricare su un mezzo pubblico senza venire ricoperto di insulti pesanti.
Esistono, oltre alla corsa singola, dei biglietti giornalieri e settimanali, alcuni anche in combinazione con sconti sulle principali attrazioni turistiche della città; noi ci eravamo fatti un normale abbonamento settimanale, ma, a conti fatti, l'ho usato solo io nei miei giretti col piccolo guerriero: mio marito ha passato parecchio tempo in appartamento con la iena malata :-(
All'aeroporto, sulla banchina di attesa del bus, trovate sia macchinette automatiche che vendono i biglietti, sia addetti alla vendita, mentre in città li potete acquistare in tabaccheria. Su bus e tram è prevista anche la vendita a bordo, per la quale però è necessario avere il denaro contato: sui tram ci sono delle macchinette, mentre sul bus si fa direttamente con l'autista.
Per ulteriori informazioni e per calcolare i percorsi vi consiglio di visitare il sito dell'azienda dei trasporti o di scaricare l'utilissima app tramite la quale, creando un account, è anche possibile acquistare i titoli di viaggio.
Chiudo questo post di pubblica utilità dicendo che, per me, camminare e usare i mezzi pubblici sono gli unici due modi per girare e conoscere davvero una città. L'auto, magari, ti permette di raggiungere velocemente la meta, ma non ti fa godere il viaggio, che diventa solo un inutile intoppo tra la partenza e l'arrivo. Camminare col naso per aria o osservare le case che corrono dal finestrino di un tram invece ti fa percepire la città in modo diverso, si imparano i nomi delle strade, ci si orienta più facilmente. Ci si sente cittadini e non solo turisti. E questo l'ho imparato per la prima volta qui a Torino.

venerdì, gennaio 13, 2017

Buon anno ai miei pochi fedelissimi lettori, mi piacerebbe promettervi di essere un po' più costante nella scrittura, ma non faccio mai promesse da marinaio :-) me lo pongo come impegno per il 2017 e speriamo di riuscire a rispettarlo.
Ho un post su Berlino ancora a metà, avevo iniziato a scriverlo proprio il giorno dell'attentato e mi è un po' passata l'ispirazione: pensare che la settimana prima eravamo proprio lì mi ha messo un po' di magone.
Magone che oggi voglio cacciare con queste piccole riflessioni su cose che mi sento dire spesso e che qualche giorno fa mi hanno fatto venire in mente che potevo usarle per un post.
Il piccolo guerriero ha compiuto 7 mesi, è un bimbo molto diverso dal fratello ienoso e sicuramente io non sono la stessa mamma di tre anni fa. Fatto sta che il guerriero è un essere sociale e socievole, ma, come è giusto che sia, è molto legato a me, che ancora adesso lo porto a spasso esclusivamente legato al mio petto con la fascia e che rappresento la sua principale fonte di sostentamento. Per me come persona è un lavoro sfiancante e sfinente: il guerriero pesa 9 kg e ogni tanto vorrei poter uscire sola nel mio cappotto e questo allattamento a richiesta di giorno e di notte a volte è davvero pesante.
Per me come mamma è un lavoro molto gratificante e pieno di soddisfazioni: il mio ometto è molto sveglio, reattivo, vorrebbe già suonare la batteria della iena, è sempre sorridente e quando siamo in giro quasi sempre tranquillo.
Eravamo in ospedale per un esame e, mentre aspettavamo il referto, l'ho allattato in sala d'attesa. L'ho fatto per tranquillizzarlo soprattutto in vista del fatto che l'avrei messo nella fascia e che che saremmo dovuti tornare a casa e lui era piuttosto stanco e quindi meno gioviale del solito.
Nel momento esatto in cui ho iniziato a sbottonarmi è partito il coro dei solito "poverino aveva fame, ma guarda che carino, ma senti come ciuccia (adesso che è un po' raffreddato fa un rumore impossibile da non notare)"; la cosa che mi diverte sempre è che questi commenti vengono fatti a voce non così alta da poter dire che siano rivolti decisamente a me, ma neanche così bassa da non farmeli sentire, quel tono di mezzo insomma di chi vuole e non vuole farsi capire. La sala era popolata di altri bimbi piccoli, diciamo range 0-12 mesi, e io ovviamente ero l'unica mamma senza il corteo di accompagnatori; dopo aver giocato a "quanti mesi ha", è partito il secondo coro. Ah sei proprio fortunata a poterlo allattare ancora adesso, ah che fortuna avere il latte, certo che è una bella comodità, mia figlia purtroppo non è stata così fortunata, ...
Finiamo la nostra poppata, ci rivestiamo, rimetto il guerriero nella fascia, raccolgo le mie cose e mi preparo a partire. E vai col secondo coro "Certo che sei fortunata che tuo figlio vuole stare lì dentro, il mio nel marsupio non ci è mai voluto stare, bisogna abituarli da piccoli e bla bla bla".
Saluto cortesemente e insieme alla mia borsa, al piccolo guerriero e alla mia bella dose di fortuna lascio la sala d'attesa e mi dirigo verso casa.
Alle mamme che pensano sia solo questione di fortuna vorrei dire una cosa: è vero, sono stata fortunata, mio figlio si è attaccato subito bene al seno, di ragadi ne ho avute giusto un paio i primi giorni che sono poi guarite in fretta. Però diciamo che la fortuna va anche aiutata: per noi non esistono orari, giorno e notte, la tetta è sempre a disposizione, il ciuccio non sappiamo cosa sia e le poche volte che ho proposto un biberon col mio latte tirato mi sono sentita rispondere con una sonora pernacchia. La fortuna non si aiuta usando ciucci farciti di cose dolci, proponendo tisane a 3 mesi e usando altri metodi per diradare le poppate: meno latte viene chiesto dal bambino e meno ne produrrà la mamma. La fortuna va aiutata anche grazie a persone competenti che nei primi giorni, quelli duri dell'avvio dell'allattamento, sanno darti consigli giusti e aiutarti nei momenti di difficoltà. E poi ci vogliono un po' di sana convinzione e di forza di volontà: se da migliaia di anni tutte le mamme lo fanno lo posso fare anche io, e dai dai dai.
Sulla questione del portare oggettivamente non sono molto preparata, quello che però posso dire è che un bimbo ha bisogno di contenimento e di contatto e quello è un ottimo modo per darglielo. A nessun bambino invece piace essere appeso per i genitali in un marsupio non ergonomico, a voi piacerebbe? Portare i propri figli è un'esperienza bellissima anche per i papà: prima di lanciarsi nella mischia meglio documentarsi per capire come farlo al meglio.
Io la mia fortuna ho cercato di costruirla pezzetto dopo pezzetto, con pazienza e dedicandole del tempo, chiedendo aiuto alle persone che ritenevo giuste in quel momento e facendomi passare sulla testa i giudizi e i commenti di molti.
La prossima volta che vedete una mamma che allatta, una mamma che ha il figlio addormentato nella fascia, una mamma che porta un bimbo sorridente, una mamma serena che fa la spesa con suo figlio, una mamma che consola il proprio figlio, una mamma che cerca di fare la mamma meglio che può, ecco, non pensate che è solo una donna fortunata. La fortuna aiuta gli audaci, non quelli che aspettano che le cose piovano dal cielo.

venerdì, dicembre 16, 2016

Immaginatevi la scena: non parlate una sola parola di tedesco e vi trovate in Germania, Berlino, con un bimbo di quasi 4 anni febbricitante. Detto così non sembra preoccupante, ma aggiungo qualche dettaglio... è venerdì mattina presto, sono passate meno di 6 ore dall'ultima tachipirina e soprattutto una settimana fa eravamo allo stesso punto. In mezzo qualche giorno di febbre in altalena e un giro a vuoto dalla pediatra che aveva concluso con un bel: questo bimbo non ha niente, volate tranquilli.
Noi abbiamo volato tranquilli martedì, mercoledì tutto bene e giovedì dopo pranzo ecco che torna la malefica a fare capolino sulla fronte della piccola iena. Abbiamo paracetamolo, ma non abbiamo il termometro e in fondo speriamo che il primo basti per contenere il danno. Venerdì mattina alle 7,30 esco per andare al supermercato a comprare un termometro, così, giusto per farmi del male. Non ce l'hanno e la farmacia apre solo alle 8,30, così torno a casa ad attendere. All'ora X mio marito esce in missione e io intanto cerco di parlare con la pediatra che, ovviamente, è in ferie. Parlo con la sostituita che mi liquida con una bella ricaduta e al limite vi sentite poi lunedì. Però una mamma certe cose se le sente: guardavo la iena e non la riconoscevo, la febbre in effetti sfiorava i 40 e il paracetamolo faceva quello che poteva. Allora ho chiesto a google: cosa fare in caso di influenza all'estero? Perchè è vero che la nostra tessera sanitaria ci permette di usufruire in europa bla bla bla, però poi alla resa dei conti come funziona? Se si fosse trattato di una vera emergenza pronto soccorso e via, ma così? E soprattutto: con gli orari tedeschi per cui venerdì dopo pranzo è già fine settimana come la mettiamo? Alla fine l'oracolo ha parlato e ho trovato un servizio di guardia medica operativo 24/7 con possibilità di visita domiciliare. Sul sito non si parla di bambini, ma magari potrebbe fare al caso nostro.
Tarda mattinata e il monolocale inizia ad essere troppo piccolo per tutti e quattro, così decido di uscire col piccolo guerriero e di andare ad esplorare il delizioso neighbourhood, come ce lo aveva dipinto il padrone di casa. In effetti è molto carino, mi imbatto in un mercatino natalizio ancora chiuso e lì in zona, eccolo, un ufficio del turismo deserto. Mi faccio coraggio e penso che magari loro mi sapranno aiutare: entro e spiego il mio problema, che il bimbo adesso è sotto controllo, ma se volessi farlo vedere da qualcuno come la mettiamo? L'impiegata cade un po' dal pero, però vedo che si attiva decisamente per darmi una mano. Le mostro il sito che avevo scovato e le chiedo se conosce quel tipo di servizio; lei vede un numero di telefono con prefisso della città e si propone di chiamare per me per chiedere informazioni. Vorrei scavalcare il bancone per baciarla, ma freno l'entusiasmo e cerco di spiegarle tutto quello che vorrei sapere, in primo luogo se parlano inglese. Dopo dieci minuti di grovigli di consonanti riattacca, mi sorride e mi dice che sono tutti molto gentili, che parlano inglese e tutto il resto che volevo sapere.
Torno verso casa, è da poco passata l'ora di pranzo e la febbre sale vertiginosamente, la piccola iena è uno straccio e io mi sento assolutamente inerme. Dico a mio marito che forse è meglio fare sta telefonata, così almeno ci leviamo il fastidio; non vi nascondo che per un attimo ho pensato avesse chissà quale cosa strana e che sarebbe stato da irresponsabili non preoccuparsene attivamente.
Dopo un paio di chiamate abbiamo l'appuntamento col dottore: sarebbe venuto in serata tra le 20 e le 21 e così è stato.
Appena ha messo gli occhi sulla gola di samu, armato di torcia del suo potente melafonino, ha detto "ahhh tonsillite akuta, antibiotico".
Io ho tirato un sospiro di sollievo e ho pensato "ecco, adesso che sappiamo di cosa si tratta magari riusciamo anche ad uscirne!", il doktor invece ha iniziato a compilare scartoffie e a fare conti. Prima per il dosaggio dell'antibiotico, poi per farci il totale della prestazione. Ci avevano già anticipato al telefono una cifra approssimativa, quello che però non ci avevano anticipato era che il dottore sarebbe stato così gentile da cercarci, con un paio di telefonate, una farmacia di turno che avesse disponibile quello che ci serviva e, non pago, ci avrebbe accompagnato mio marito in macchina. Insomma: 176 euri e qualcosa bene spesi.
Era venerdì sera e lunedì mattina la iena aveva ancora la febbre e si è svegliato vomitando, probabilmente anche a causa del nurofen che gli avevamo propinato come consigliato dal medico, con un dosaggio un po' esagerato e anche a stomaco vuoto. Sti dottori tedeschi. Martedì mattina, quando abbiamo impacchettato le nostre cose e salutato l'appartamento (l'unica cosa di Berlino che abbiamo visto bene e a lungo), la iena stava divinamente. Ma si sa, le vacanze coi bimbi sono sempre un terno al lotto e finora ci era sempre andata benissimo...

sabato, dicembre 10, 2016

Vi ricordate di quando vi scrivevo che fare progetti è un'attività sopravvalutata? Che, soprattutto quando si hanno dei figli piccoli, programmare qualcosa è praticamente impossibile? Figurarsi prenotare una vacanza con un paio di mesi di anticipo: quella sì che è una vera scommessa con la sfiga.
Inizi a capire che la sfiga sta anni luce avanti a te quando venerdì all'ora di pranzo ti squilla il cellulare, numero che non hai in rubrica, ma stranamente simile al tuo numero di casa. Buongiorno, è l'asilo della piccola iena, venga pure a riprendersela perchè ha 39 di febbre. Mentre lo riporti a casa vorresti solo piangere: la iena è praticamente indistruttibile, non si ammala mai, ma in questi quasi 4 anni ho capito che, quando succede, non si fa sconti a nessuno. E soprattutto si ammala sempre di cose misteriose e criptiche tipo 10 giorni di febbre in altalena senza altri sintomi, mezza giornata di vomitino poi basta, macchie che arrivano e spariscono nel giro di poche ore. La pediatra penserà che sono un'ipocondriaca visionaria, ma forse il problema è esattamente l'opposto. Comunque stavolta avevamo vinto la febbre in altalena che è andata avanti tutto il fine settimana e lunedì, quando ho portato la iena in ambulatorio, la dottoressa ha convenuto che non c'era niente che non andasse, di partire pure l'indomani per Berlino.
Ed eccoci qua: Berlino giorno 4, ore 14,45 tappati in appartamento con la iena febbricitante da ieri sera. La pediatra l'ho già chiamata stamattina, dice che è una ricaduta e di avere pazienza, di non stare a far vederlo qua se non peggiora. Avevo preso su scaramanticamente la tachipirina, ma ai ritmi a cui l'abbiamo fatta andare in questi giorni non ne resta moltissima: io ho comprato il paracetamolen in una farmacia tedesca, ma la iena non ha apprezzato e ci ha già intimato in un paio di occasioni che lei beve solo quella italiana. Sceglie il prodotto nostrano insomma... speriamo di non dover integrare con quella locale. Nel mentre, grazie ad una gentilissima addetta all'ufficio del turismo, mi sono anche fatta un'idea di come possiamo muoverci se dovessimo avere bisogno di un medico: pagando si intende ho trovato qualcuno che dovrebbe venire qui a casa anche di notte e nel fine settimana. Speriamo di non averne bisogno.
Berlino sembra anche carina, ma non ce la stiamo godendo proprio come avremmo voluto. Vorrà dire che ci torneremo un'altra volta. Magari col caldo. Ci sono però alcune cose che vorrei condividere con voi, spero di riuscire a scrivere un altro post sulla città.
Di informazioni turistiche sulla città, cosavederecosafaredoveandare, ne è piena la rete. Vorrei invece spendere due parole sull'impressione che mi ha fatto questa città, per quel poco che abbiamo potuto vedere in questi 2 giorni. Farò una sorta di elenco puntato per evitare di dimenticare per strada qualcosa: non sarà nè elegante nè poetico, ma sicuramente efficace.
  • Fiat lux: ok che siamo in inverno, ma qui il sole sorge alle 8 e tramonta poco prima delle 16, come recita google. Alle 16,30 ti viene già voglia di mettere il pigiama e alle 17 vorresti cenare piuttosto che fare merenda. Le giornate sono davvero cortissime e inizio un po' a soffrire questa cosa. I primi due giorni c'è stato un po' di sole, ma il suo arco nel cielo è così basso che in certe strade neanche arrivavi a vederlo. E niente, a me sta cosa mette un po' di tristezza.
  • E' Nataaaale anche qui: nelle altre città che avevo visitato in questo periodo dell'anno era impossibile non notare le luminarie natalizie. Penso a quelle spettacolari che ho visto a Londra, penso alle nostre bellissime luci d'artista e anche la mia Cesena non scherza. Qui invece le luci per strada sono davvero poche rispetto a quello che potrebbero essere; questa assenza viene però bilanciata dalle bellissime luminarie che praticamente tutte le case hanno ai balconi e alle finestre. Stelle di carta, candele di tutti i tipi montate su quadretti di legno, presepi rotanti e chi più ne ha più ne metta. Ogni balcone una festa.
  • Ubriachezza giovanile molto presto nel mattino: sul tram, sul treno, per strada, ovunque: qua tutti hanno sempre una bottiglia di birra in mano. E' impossibile non notarlo, così come, almeno per me, è impossibile non sentire il fiato delle persone che puzza di alcol a qualsiasi ora del giorno e della notte. Forse lo fanno anche per sopravvivvere al punto uno, però anche questa cosa mi ha messo parecchia tristezza. Ma tutta questa birra che scorre a fiumi gli ha anche fatto venire delle belle idee a sti tedeschi...
  • Vuoto a rendere, depositi e vuoto a perdere: il rebus della raccolta differenziata. In questi giorni ho dato sfogo a tutte le mie voglie più nascoste in fatto di separazione dei rifiuti. Ho anche chiesto a mio marito di spiare i cassonetti gialli nel cortile condominiale per capire cosa ci si poteva buttare dentro che non volevo fare brutta figura. In realtà le direttive locali non sono poi tanto diverse da quelle nostrane, eccetto per una cosa: le bottiglie di vetro e di plastica delle bevande. Al discount dietro casa un fardellino da 6 bottiglie da 0,5 litri di acqua con le bolle costa 0,65 euri+1,50 di deposito. Alla cassa si pagheranno quindi 2,15 euro in totale, ma basterà riconsegnare i vuoti nell'apposita macchinetta presente in ogni supermercato per ricevere uno scontrino del valore del deposito da spendere all'interno del negozio. Queste bottiglie sono dei vuoti a perdere per certi versi: il conferimento presso il punto vendita e il gioco del deposito favorisce semplicemente una migliore gestione della catena di riciclo della plastica. La cosa sconvolgente per me è stata scoprire che esistono davvero invece i vuoti a rendere di plastica, ossia bottiglie che vengono semplicemente lavate, nuovamente riempite ed etichettate, per poi tornare sugli scaffali. Per queste bottiglie c'è un'altra apposita macchinetta divoratrice che dispensa 0,15 euri per ogni vuoto conferito. Magia.
  • Inglese, questo sconosciuto: ora, non mi aspettavo di trovarmi ad Oxford, dove, tra l'altro, avrei dei seri problemi a farmi comprendere :-D però, trattandosi di una città comunque abbastanza turistica, pensavo che non avrei avuto difficoltà a farmi capire con il mio inglese scolastico. Il primo giorno sono caduta dal pero quando ho scoperto che qua, non so se per pigrizia, per orgoglio o proprio per non padronanza del mezzo (credo più le prime due), l'inglese lo parlano davvero in pochi. Oggi volevo chiedere una banalità ad una commessa di Primark in Alexanderplatz e, quando le ho formulato la domanda, ha iniziato a scuotere la testa e le mani e ha borbottato qualcosa del tipo che l'inglese non lo parlava. Le avevo chiesto se avevano anche dei leggins bianchi, una domanda che, di fronte allo scaffale dei leggins, avrebbe forse compreso anche samu.
  • Berlino è una piccola Torino: mi sta venendo la malattia dei miei suoceri, ossia paragonare il resto del mondo alla città sabauda per poi concludere che tutto il globo assomiglia al nostro cortile. Ieri ho passeggiato un po' per il nostro quartiere, Prenzlauer Berg, e non ho potuto non notare quanto assomigliasse per certi versi a san salvario. E, quando alla fine del mio giro sono finita qua dentro, complice anche le casette dell'ennesimo mercatino di Natale, non ho potuto non pensare al cortile del maglio. Insomma: quasi due ore di volo per restarmene a casa :-D sto proprio diventando vecchia.
Direi che al momento non mi viene in mente molto altro, nei prossimi giorni vorrei scrivere un post di pubblica utilità su come sopravvivere alla febbre di una piccola iena in un paese straniero e senza padronanza della lingua, ma con l'immensa fortuna di avere una carta di credito. Questo per dire che viaggiare coi figli piccoli si può fare, ma bisogna essere poi pronti a passare due giorni tappati in appartamento...

giovedì, novembre 24, 2016

Piove da diversi giorni, il mio umore inizia a risentirne e in più non sono giornate facili, sono sempre molto stanca e sto cercando di portare la mente avanti di un paio di settimane, quando finalmente ci concederemo una piccola vacanza. Vi ho già spiegato che in vacanza si dorme meno e si fanno più cose, però ci si diverte e questa prima vacanza a 4 sarà un bel banco di prova, a partire dal battesimo del volo per il piccolo guerriero.
In queste ultime settimane ho un po' trascurato il blog, oggi volevo scrivere qualcosa di scemo e senza pensieri e invece mi limiterò a raccontare una cosa che mi è successa alla festicciola dell'altro giorno. Mi si è avvicinata una mamma, ne conosco di vista giusto un paio di queste dell'asilo e questa non era una di quelle. Io avevo ovviamente il piccolo guerriero nella fascia e lei attacca bottone con le solite frasi "ma che carino, ma quanto ha, e guarda come ride e guarda come è tranquillo, ma come si chiama?". Io educatamente le rispondo, di solito mi piace fare conversazione, non sono una che si tira indietro e sta nel suo. Quando però le dico il nome lei mi gela con lo sguardo e inizia un discorso sul fatto che sì, anche lei piacciono i nomi romani, che l'altro figlio l'ha chiamato Flavio e che le piaceva anche il nome del piccolo guerriero, ma poi ha cambiato idea perchè voleva dire sacro al dio Marte, dio della guerra. Il tutto guardandomi come una che non poteva di certo sapere che nome aveva dato al proprio figlio.
Come vi avevo già scritto qua la scelta del nome non è stata affatto facile questa volta, ma sono davvero molto soddisfatta del risultato: ci voleva un nome da piccolo guerriero e questo è quello giusto. Con la calma che mi contraddistingue ho cercato di spiegarlo alla mamma pacifista: non sono certa che abbia compreso le mie ragioni, ma sinceramente non mi interessa. Curioso però come la gente si permetta di giudicare le scelte degli altri, pur se così personali. E su questo bisognerebbe scrivere un'enciclopedia, non un solo post.
Torno alla pioggia che è meglio...

martedì, novembre 22, 2016

Quando una persona nuova entra in casa mia penso resti colpita da tutta una serie di cose che parlano di me, di noi, del tipo di persone che siamo e di cosa ci piace.
Appena si apre la porta di ingresso ci si trova di fronte alla super libreria che abbiamo comprato lo scorso anno, quella della quale vi ho parlato qui, ed è davvero impossibile non notarla. Se poi si avanza verso il tinello si scopre che la casa è strapiena di cose, si capisce che è una casa dove abitano delle persone: oggetti della vita quotidiana si mescolano a piccoli capricci. Il cesto del frutta e il calendario che non riescono a nascondere la mia imponente collezione di mug. Il cassetto semitrasparente del mobile ikea sotto la tv che lascia intravedere diversi stampi da dolci in silicone.
L'avventore immaginario noterà sicuramente anche qualche ruzzolo sul pavimento, o qualche ragnatela negli spigoli e capirà che le mie giornate sono piene di tante cose e che la pulizia della casa non è sicuramente il mio cavallo di battaglia.
Lo diceva anche la grafica che faceva bella mostra di se sui mille gadget di Tiger dello scorso mese: home is where your cactus and your heart is. Non è solo il cuore che fa la casa, ma anche il cactus, le nostre passioni e i nostri interessi.
Ieri pomeriggio ho accompagnato la piccola iena alla festicciola di compleanno di una sua compagna dell'asilo; è stata la prima volta e io ero un po' agitata. Come si comporterà? Riuscirò a gestirlo nel vortice di bimbi? E il piccolo guerriero sarà collaborativo? Con che tipo di regalo ci dobbiamo presentare a casa di una bimba che non conosciamo? Ovviamente tutte le mie mille domande si sono sciolte come un ghiacciolo a ferragosto appena abbiamo varcato la soglia della casa della festeggiata.
E' la sua la casa senza libri: una casa completamente vuota. Nel salotto c'erano due divani e qualche sedia, un mobiletto con una tv piccolissima se valutiamo la distanza alla quale andava vista. Sotto la tv un paio di scaffali di libri per bambini senza nessun titolo di rilievo o particolarmente noto: sembravano libri scelti a caso dallo scaffale del supermercato. Un mobiletto per il pc corredato di pc decisamente obsoleto, un orologio a cucù in chiave moderna appeso alla parete. Pareti gialle e mobili bianchi in cucina: quale persona che intende vivere la propria cucina se la sceglie laccata bianca? (Ale so che stai leggendo, ma tu, appunto, la usi per lessare della verdura e poco altro :-)).
Ma la cosa che sicuramente mi ha fatto più effetto è stata quella che dà il titolo al post: era una casa senza libri. Se togliamo quell'angolo con qualche libro per bambini era il nulla cosmico. Un paio di guide turistiche del piemonte e delle langhe, qualche libro sul Torino e la fede granata, uno sull'orto sul terrazzo e basta.
Si capisce molto dalla libreria di una casa: se non conosci i proprietari puoi farti un'idea del tipo di persone che sono, quali sono i loro interessi e le cose che gli piacciono. Due anni fa a capodanno siamo andati insieme ad una coppia di amici a casa di altri loro amici che noi non conoscevamo: di quella casa ricordo una libreria enorme, altissima, che raccoglieva non solo libri ma anche intere annate di riviste, cataloghi. Tutta una vita.
La casa della compagna di asilo della piccola iena era vuota in tutti i sensi: mancavano i libri, mancavano gli oggetti, mancava la vita dentro la casa. E tutti questi bimbi che sono arrivati all'improvviso a fare fracasso e giocare forse per qualche ora l'hanno resa più viva, più vera. La festicciola è durata un paio d'ore, il momento top del pomeriggio è stato ovviamente il taglio della torta. Io stavo allattando il piccolo guerriero sul divano e intanto la piccola iena, in cucina, stava facendo piangere la festeggiata perchè continuava a spegnere le candeline sulla torta. Ho scelto un regalo abbastanza neutro, un gioco che ha anche la piccola iena e mi sembra sia stato apprezzato. Ad un certo punto avevo pensato ad un libro, poi ho cambiato idea. Alla prossima festicciola ci presenteremo con un libro, sperando che non finisca morto di solitudine su uno scaffale.