martedì, marzo 29, 2016

Ieri sera ero a casa dei miei genitori e due delle mie sorelle, delle quali per pudore non farò nome :-), guardavano l'isola dei famosi. C'erano tutte 'ste sgallettate seminude, giovani e saltellanti, veline, vallette, attrici, modelle o Dio solo sa cosa. E sembravano tutte avere la faccia di plastica, la stessa faccia di plastica che mostravano anche le non più giovani e sgallettate Alessia Marcuzzi e Simona Ventura.
Le nostre giornate sono giornate di attesa: anche quando non ci sembra di aspettare niente, in realtà lo stiamo facendo. Stiamo aspettando il fine settimana, stiamo aspettando l'ora di poterci coricare, quando abbiamo fame aspettiamo di poter mettere qualcosa sotto i denti, aspettiamo il bus che ci riporterà a casa e quello che ci accompagnerà al lavoro. Aspettiamo una telefonata, un messaggio, a volte solo una notifica di lettura, aspettiamo che la pasta sia cotta, aspettiamo che inizi il nostro programma preferito in tv. E in tutto questo aspettare non ci rendiamo conto che intanto invecchiamo, giorno dopo giorno. Non so perchè il verbo invecchiare ci sembra sempre avere un'accezione negativa: si invecchia e poi si deve correre ai ripari per nascondere i segni delle attese sul nostro viso e sul nostro corpo, quando dovremmo andarne fieri.
Forse è solo questione di punti di vista: se ci siamo limitati ad aspettare qualcosa senza vivere davvero vogliamo nascondere tutto e quello zigomo gonfiato ci aiuterà a vederci ancora giovani nello specchio, ancora pieni di quella vita che intanto giorno dopo giorno è passata, senza che ce la potessimo davvero godere.
Certo, come ho già detto, ci sono attese belle e altre più impegnative, ci sono attese che ci tolgono il sonno, l'appetito, il fiato e altre invece che sono dolci e lente e cullano le nostre giornate. Non è semplice districarsi tra tutti questi tempi morti, ma in fondo lo facciamo da sempre, da quando siamo nati, quando aspettavamo di conoscere i nostri genitori, quando aspettavamo che la mamma ci prendesse in braccio, quando aspettavamo che il babbo ci facesse il bagnetto.
In questi ultimi sei mesi di quella che doveva essere una dolce attesa non riesco a ricordare, pur sforzandomi, una bella attesa. E quelle poche di cui ho memoria si sono rivelate poi attese di bei momenti che sono durati un attimo. Ho aspettato che mia sorella uscisse dalla sala operatoria, ho aspettato che si riprendesse, ho aspettato che la mia famiglia venisse a trovarmi e poi per settimane ho aspettato che mi tornasse l'appetito e non era solo colpa della gravidanza. Ho aspettato il disgelo e avrei voluto che Natale non arrivasse mai. Ho aspettato con ansia la prima eco, mi ero convinta che qualcosa non stesse andando bene e quando finalmente sono uscita dall'ambulatorio insieme a mio marito, per la prima volta dopo mesi, mi sembrava di volare.
Ho aspettato il risultato di esami, ho aspettato visite, ho aspettato che finisse l'inverno, ho aspettato di nuovo che uscisse il chirurgo, ho aspettato di poter vedere dal vivo mia sorella, di sentirla parlare e di vederla sorridere e adesso aspetto di sapere quali saranno i prossimi passi. E intanto aspetto che arrivi domani, che la iena si faccia il suo primo pomeriggio all'asilo e in mezzo a tutte queste attese mi piacerebbe sperare che quella dei prossimi tre mesi sia davvero dolce.
Mi piacerebbe pensare davvero a questa pancia che cresce, contare i giorni che mancano alla prossima (e ultima) ecografia, godermi la gita a Milano di giovedì prossimo, tentare di cucire un sacco nanna e preparare un po' di sacchi di stoffa che la iena userà alla scuola materna a settembre. Andare a farmi fare qualche preventivo per la cameretta dei nostri topini. Fare tutte quelle cose che fanno le altre mamme con la pancia insomma.
Quando sarà passata questa settimana, forse, potrò iniziare a farlo. Almeno fino alla prossima attesa.

giovedì, marzo 17, 2016


Quando da Tiger ho visto il sacchettino di semini di ravanello non ho saputo resistere e finalmente, dopo averne letto per mesi, li abbiamo piantati in alcuni vasetti che, per adesso, sono stati sistemati sul davanzale della finestra della piccola iena.
Appena la neve che vedete sullo sfondo si sarà sciolta e la primavera deciderà di arrivare per davvero magari li pianteremo sul balcone.
Ne avevo parlato qui, quando ho raccontato dell'attesa e del libro del bimbo ravanello.
Quello che nel libro non traspariva era la breve attesa tra la piantumazione e il germoglio: questi semini sono lì da una settimana o poco più e già sono piccole piantine. E' vero che ci sono attese infinite e attese che passano in un attimo, ma ci sono anche attese che sorprendono. Ieri c'era un vaso di terra e oggi c'è già un germoglio.
Ieri era una giornata normale in cui fare progetti normali, venerdì sera a teatro e sabato a milano alla fiera, e oggi invece sei sul divano della casa dove sei cresciuta, circondata dalla tua famiglia, ancora una volta in attesa. Per lo stesso motivo di allora, solo che questa volta la sorella sul lettino sarà un'altra.
Impossibile non chiedersi se è un caso, impossibile non pensare "siamo ancora qui, come 6 mesi fa". Impossibile non pensare, almeno per me, che l'ultima volta che ho vissuto tutto questo il mio bimbo si stava attaccando a me per iniziare la sua crescita esponenziale. E adesso eccoci di nuovo qua tutti insieme ad aspettare e ad esercitare di nuovo la virtù della pazienza. Perchè ci vogliono 9 mesi perchè arrivi un fratellino, 1 anno perchè ritorni il compleanno, 3 stagioni perchè sia di nuovo estate e poi si aspetta che torni il babbo dall'ufficio, si aspetta che arrivi il fine settimana, si aspetta che inizi una festa, che sia pronto il pranzo e che arrivi il bus. E poi si aspetta di nuovo che passino la notte e il giorno dopo per tornare quella che ero solo 48 ore fa.

mercoledì, marzo 16, 2016

La domanda ovviamente non ha una risposta univoca, basti pensare a quello che è successo di recente a Bologna: l'arte che era per tutti è stata cancellata dall'autore stesso prima che diventasse arte per pochi. Chi ha ragione e chi ha torto? Il dibattito è sicuramente interessante, ma non è di questo che vorrei parlarvi oggi. O meglio non direttamente di questo.
Di arte, cultura e piccola iena avevo già parlato qui in termini entusiastici: alla mia prima visita al museo Egizio 2.0 avevo trovato perfino la baby toilet!
Ieri mattina avrei dovuto portare la piccola iena all'asilo, ma ci siamo svegliati tardi e così ho dovuto ripiegare su altro: era una bella giornata di sole e di stare in casa non se ne parlava, così ho pensato di approfittarne per andare a vedere la mostra "Matisse e il suo tempo" a Palazzo Chiablese.
Siamo usciti tardi come al solito, abbiamo preso il bus e poi il tram, siamo scesi dietro ai giardini reali e ci siamo fatti una bella passeggiata risalendo da Viale dei Partigiani per arrivare su Piazza Castello, potendo osservare da vicino tanti luoghi che avevamo di recente visto sulle pagine del libro "Pimpa va a Torino" che tanto gli piace.
Arrivati alla mostra facciamo il biglietto, andiamo al guardaroba a posare le giacche e ci lanciamo tra i quadri. La premessa è ovviamente la seguente: da un bambino di tre anni non mi aspetto niente di diverso da una passeggiata nelle sale, una roba da 20/30 minuti al massimo. Niente pannelli da leggere, niente audioguide, solo un giro tra i quadri parlando un po' con la iena, facendogli osservare cose che penso gli possano piacere e ascoltando quello che ha da dire. E questa volta da dire ce n'era, soprattutto perchè c'era un quadro dal titolo "Chitarra" che rappresentava, a sua detta, una chitarra tutta spezzata :-) La cosa l'ha entusiasmato talmente tanto che gli ho detto che se al bookshop avessero avuto una riproduzione su cartolina ce la saremmo comprata.
Alla fine del giro, come insegna anche Bansky, siamo passati dallo shop, ma purtroppo della chitarra di cui sopra non ve ne era traccia e la iena si è un po' risentita... Poco male: abbiamo scelto un'altra riproduzione sempre con chitarra, anche se si trattava di un quadro di Matisse che non era in mostra. Paghiamo e io ovviamente dovevo andare in bagno; quando però decido, mannaggiammmme, di asciugarmi le mani con l'aria calda lui esplode. Lo faceva spesso quando era più piccolo, ma era da mesi che ormai non succedeva più e questo, unito a tante altre piccole cose che magari si erano sommate, ha fatto sì che iniziasse uno dei suoi pianti disperati. Arriviamo davanti agli armadietti per riprendere le nostre cose e uscire as soon as possible e si avvicina la solita pensionata che non sa farsi i fatti propri.
Prima dice qualcosa del tipo "perchè piangi" e la iena, come spesso accade in questi casi, alza il tiro. Gli farò una maglietta con la scritta "se sto piangendo e non siete mia madre o mio padre fatevi i fatti vostri". La signora, invece di girare i tacchi e andarsene, alza il tiro pure lei e inizia ad urlare che quello non è un posto dove si urla, che non è neanche un posto per bambini e non sapeva neanche perchè ci avevano fatti entrare; poi mi guarda con sguardo acido e mi spiega che il bimbo ha fame e sonno e che non è posto per noi. Io ho cercato di chiamare a raccolta tutta la pazienza che avevo in corpo e non solo non l'ho mandata a quel paese, ma non l'ho proprio calcolata e lei ci deve essere rimasta male perchè se n'è andata subito. Al suo posto sono arrivate due gentilissime ragazze addette alle sale che ci avevano visto durante la visita che, con un sorriso, si sono avvicinate alla iena chiedendole cosa fosse successo, visto che nelle sale era stato così bravo. Miracolo, ha smesso di piangere, e ha iniziato a raccontare della chitarra spezzata e di come la mamma avesse detto che a casa l'avremmo cercata sul computer visto che lì la cartolina non c'era. E la ragazza che distribuiva le audioguide, che aveva assistito alla scena precedente, ha detto una cosa del tipo che la signora non doveva intromettersi.
Quindi mi chiedo, cara signora, se l'arte non è per noi, cosa lo è? L'area giochi del centro commerciale va bene? Un bar, un ristorante forse sono già border line... il giardinetto? O neanche lì possiamo urlare in pace? Per strada, sul bus, sul treno? Possiamo posare i nostri nobili culoni sul sedile accanto al suo o ha paura che potremmo disturbare? Signora mia, le comunico che un bambino di tre anni a volte piange apparentemente senza motivo, ma le assicuro che non lo lascio morire di fame: abbiamo pranzato, come nostro solito, sul tardi, verso le 13,30 senza spargimenti di sangue e di lacrime e per quanto riguarda la nanna, sì, abbiamo fatto anche quella, alle 15,30, come spesso accade. Conosco mio figlio, conosco i suoi ritmi e le nostre giornate e le assicuro che non ho bisogno di consigli non richiesti su come comportarmi.
Ah, le comunico anche che i più grandi musei del mondo hanno programmi per bambini, scuole dell'infanzia che vanno in visita, baby toilet e nessuno si è mai sognato di dire che quelli non sono posti per loro. Perchè anche un bambino di tre anni ha il suo stesso diritto di godere della bellezza, anche se ovviamente lo farà a modo suo. Quindi, cara signora, non le permetto di dire a me e a mio figlio che una mostra di quadri non è un posto per noi, perchè dovrebbe essere un posto per tutti, non si è mai troppo piccoli per imparare ad apprezzare le cose belle. E io lo faccio molto volentieri perchè anche la iena sembra apprezzare, altrimenti non mi spiegherei come mai ieri pomeriggio, appena mio marito è entrato in casa, lui gli abbia voluto raccontare della chitarra spezzata e l'abbia obbligato a cercare le immagini sul pc.
Devo ammettere che in questi tre anni, soprattutto quando la iena era appena nata, ho sempre ricevuto opinioni e pareri non richiesti da parte di estranei che la sapevano lunga in materia di gestione di bambini, però mi sono sempre fatta scivolare sopra le cose.
Stavolta ci sono rimasta davvero male per il pensiero di fondo della signora, che probabilmente è lo stesso di migliaia di altre persone, ossia che i bambini devono stare coi loro simili nei loro ghetti in modo che, possibilmente, rompano poco le scatole.
Io invece penso che i bambini siano cittadini del mondo e, come tali, possano stare al giardinetto a giocare e a divertirsi, ma anche a passeggio tra le sale di un museo. E sì, può capitare che piangano, ma le assicuro, cara signora, che nessuna mamma gode intimamente nel sentire il proprio figlio che urla per un motivo assolutamente inspiegabile e che, verosimilmente, disturba.
La rassicuro anche su un'ultima cosa, cara signora: non avrei mai permesso che disturbasse la sua visita alla mostra, non trascinerei mai un bambino in lacrime per le sale di un museo. Quando organizzo le nostre gitarelle da turisti in città cerco sempre di portarlo in posti che gli possano piacere e, se vedo che non funziona, sicuramente non mi intestardisco: se quel giorno non gli vanno a genio i quadri, ma vorrebbe lo scivolo si cambia programma al volo e grazie al mio Abbonamento Musei posso permettermi di farlo senza troppi dispiaceri.
Le comunico infine i nostri prossimi spostamenti, con la speranza di non incontrarla mai più sulla mia strada perchè non so se riuscirei a stare zitta di nuovo: la mostra "Il Nilo a Pompei" al Museo Egizio, le fotografie di National Geographic a Palazzo Madama e i neo restaurati appartamenti reali a Venaria.
Cosa mi auguro per il futuro? Che mio figlio cresca con la curiosità di conoscere il mondo in tutte le sue sfaccettature, che ami le arti in tutte le sue forme e che continui ad apprezzare i prodotti dell'ingegno umano come fa adesso. E che continui ad avere negli occhi la stessa curiosità con la quale adesso guarda il mondo.
Sono tante cose, lo so, ma sono e rimango un'inguaribile ottimista, anche e soprattutto dopo aver incrociato la mia strada con quella di signore così.

venerdì, marzo 11, 2016

Il titolo del post non è mio, ma l'ho preso in prestito dall'interessantissima puntata di Presa Diretta che ho visto domenica sera su Rai 3. Se ve la siete persa sono praticamente certa del fatto che possiate rivederla sul sito rai.tv e se vi interessa l'argomento vi consiglio anche un bel documentario che ho visto su Netflix: Fed up (qui la scheda su IMDb).
Di alimentazione, la mia in particolare, ho già parlato di recente nell'angosciante post che ho scritto sulla mia dieta :-) e non ho nessuna intenzione di mettermi a scrivere un pistolotto su quello che bisognerebbe mangiare e quello che andrebbe evitato: tale pistolotto con me non ha mai funzionato e non ho né le competenze né le capacità per mettermi a dare consigli.
Però.
Però da tre anni sono anche una mamma e a breve lo sarò di nuovo e la visione di certe cose non può non farmi venire delle domande e dei dubbi.
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità: crescere un figlio, vederlo diventare grande giorno dopo giorno, è una gioia immensa, ma come genitori non possiamo perdere di vista anche le responsabilità che una mamma e un babbo hanno lungo questo cammino.
Mi piace pensare che il bambino sia un essere "capace" e noi, un po' come nella maieutica di socratica memoria, dobbiamo stargli accanto per aiutarlo a tirare fuori le sue capacità, nei tempi e nei modi a lui più consoni. Poi è ovvio che l'ambiente in cui l'abbiamo messo al mondo e in cui lo stiamo crescendo lo influenzi in qualche modo ed è proprio a questo che forse dovremmo fare più attenzione, visto che il bambino di oggi sarà l'adulto di domani.
Non pensavo che avrei scritto un post sull'argomento, ma qualche giorno fa sul bus ho rivisto una ragazza che avevo incontrato non più tardi di un paio di settimane addietro. Credo abiti alla fermata prima di quella alla quale scendo io, sembra più giovane di me e ha una bimba nel passeggino che potrebbe essere poco più piccola della iena. Se non ricordo male comunque ha anche un altro figlio un po' più grande, che potrebbe avere 5 anni. Vi starete chiedendo perché me la ricordo così bene, con tutte le persone che incontro ogni giorno sul bus... me la ricordo perché quando l'ho incontrata la prima volta avevo notato che nel cestino sotto la seduta del passeggino della bimba portava un fardello da 6 bottiglie di aranciata e dentro di me ho pensato "ma chi te lo fa fare di portarti sul bus tutto quel peso?". Poi ho iniziato a fantasticare sulla sua vita, magari era il compleanno di uno dei bimbi e aveva organizzato una festicciola a casa con gli amichetti e cose del genere.
Quando l'ho incontrata questa settimana però aveva nel cestino sotto la seduta del passeggino lo stesso fardello da 6 bottiglie di aranciata e ho pensato che non poteva essere lo stesso dell'altra volta e non doveva essere un caso.
Nel servizio di domenica sera ad un certo punto si diceva che il 41% dei minori beve almeno una lattina al giorno di bevande zuccherate e io dentro di me ho pensato che non poteva essere vero. E invece forse il dato non è così lontano dalla realtà.
E vorrei fermarmi qui, ma la mia mente continua a produrre idee e fare confronti che non andrebbero fatti. A casa nostra entrava la coca cola, a me piace e ne bevevo una lattina alla settimana insieme alla pizza della domenica. Da quando sono incinta l'ho bandita dalla mia dieta più che altro per gli zuccheri e se devo bere un surrogato tipo la schifosissima coca cola zero preferisco andare avanti ad acqua. La iena non l'ha mai assaggiata, ma, anche se un giorno dovesse apprezzarla, certo non sarebbe una cosa che gli farei trovare in tavola tutti i giorni pranzo e cena. Per l'epifania ha ricevuto un po' di cioccolatume vario e posso affermare con orgoglio che dopo 2 mesi ancora non è finito e non stiamo parlando di montagne di dolci; la iena sa che la sbarretta di cioccolato si mangia solo a merenda e neanche tutti i giorni. E se lo fa bastare.
E' un'ottima forchetta e mangia davvero di tutto, ma siamo molto fortunati perché è goloso delle cose giuste: impazzisce di fronte ad un cesto di frutta e ai pomodori in insalata. E ancora non so se è merito nostro, se è merito suo o del fatto che non gli abbiamo mai proposto baby food dal sapore edulcorato, ma sempre e solo cibo vero, con il suo gusto e la sua consistenza.
Quando sulla vaschetta di polpa di frutta c'è la scritta "solo zuccheri della frutta" la domanda che ci si deve fare è "sì, ma di quanta frutta?". Perché se aggiungo alla polpa di due mele il succo concentrato di altre 10 mele avrà sicuramente un altro sapore, più dolce e meno vero. E lo stesso dicasi per succhi di frutta, frutta del pacchetto, yogurt alla frutta etc etc. E lo zucchero agisce sul cervello esattamente come una droga, me ne accorgo adesso che l'ho praticamente eliminato: se mangio un micro pezzettino di qualcosa di dolce poi impazzisco e mi tufferei dentro una torta di mele, mentre se lo evito del tutto non lo cerco.
Certo la strada è ancora molto lunga, c'è tanto da fare sia per la piccola iena che, soprattutto, per noi come famiglia, ma credo che le buone abitudini nascano proprio tra le 4 mura domestiche. Quando al controllo con la dietista le raccontavo quello che, con altre parole, avevo scritto qui, lei mi ha detto una cosa che mi ha davvero fatto pensare. Mi ha detto che è importante sapere quali sono le cose giuste da mettere in tavola tutti i giorni e imparare a distinguerle da quelli che dovrebbero essere solo degli sfizi da mangiare una volta ogni tanto. La cosa che mi ha stupita è stata la mia reazione di fronte a questa frase: non la sto usando per giustificare niente, anche perché davvero sto cercando di non concedermi extra. Quasi non mi conosco più.
Mi piacerebbe passare proprio questo concetto alla piccola iena e il primo modo che ho per farlo è far entrare in casa solo le cose che voglio che finiscano sulla nostra tavola. E spero che tutto questo tra qualche anno possa dare i suoi frutti.

lunedì, marzo 07, 2016


Da diversi giorni ormai sia in tv che sulla stampa è tutto un fiorire di articoli e servizi sul femminicidio, condizione della donna, donne e mondo del lavoro, essere donna e mamma, essere donna e non voler essere mamma ed altre infinite variazioni sul tema. Se vi state chiedendo perchè, la risposta sta ovviamente nel calendario: domani è l'otto marzo, festa della donna, celebrata in Italia per la prima volta nel 1922.
Non voglio stare qui a fare della retorica sui temi di cui sopra, ma ho pensato che proprio questa poteva essere l'occasione giusta per raccontare la storia del mio congedo di maternità, che oggi, a 3 anni compiuti dalla piccola iena, ancora non vede una fine.
Dopo una serie di brevi contratti della durata di qualche mese finalmente nel mese di giugno 2011 lo studio per il quale lavoravo da due anni ha deciso di assumermi praticamente a tempo pieno; ovviamente non si trattava di un contratto da lavoratore dipendente, ma di un contratto a progetto che di fatto però mi vincolava a lavorare 8 ore tutti i giorni alla scrivania. Ho accettato di buon grado: il lavoro mi piaceva, conoscevo già l'ambiente e tutto questo mi ha fatto andare giù più volentieri il fatto che mi facessi un'ora di viaggio per raggiungere l'ufficio, che si trovava in un comune parecchio fuori Torino e dalla parte opposta della città rispetto a dove abito.
Dopo un primo contratto di 6 mesi a gennaio del 2012 il contratto mi viene rinnovato per un altro anno e, sorpresa sorpresa, alla fine di maggio scopro che la piccola iena è in arrivo. Alla mia titolare lo dico praticamente subito perchè le prime settimane sono state parecchio dure e inoltre ho avuto bisogno di qualche permesso per visite ed esami vari. Sapevo che a dicembre il mio contratto sarebbe scaduto e sapevo anche che, dopo l'arrivo della iena, la mia vita sarebbe cambiata e non avrei più potuto permettermi di stare 12 ore fuori casa per un lavoro che sì mi piaceva, ma avrebbe continuato ad essere incerto, con contratti che nella migliore delle ipotesi sarebbero durati 12 mesi.
Fino alla fine di luglio ho concordato con la titolare un part time, visto che il lavoro non era tanto e io facevo davvero fatica ad arrivare in ufficio alle 9, ma col mese di settembre mi sentivo davvero in forma ed ero pronta a ripartire con le mie solite 8 ore. Al rientro dalle ferie mi viene comunicato che sarei potuta direttamente stare a casa, visto che non erano entrati nuovi lavori e non c'era molto da fare. Io ne ho approfittato per prendermi cura di me e della pancia e alla fine di novembre, come da programma, sono tornata in ufficio per fare firmare i fogli della richiesta del congedo di maternità, al quale comunque avevo diritto perchè mi erano stati versati contribuiti per i sei mesi precedenti a tale data.
Passano i mesi, nasce la iena, porto il certificato all'inps e mi arriva la prima di una lunga serie di raccomandate nella quale mi si comunica che non possono erogarmi la maternità perchè mancano i contributi versati. Vado all'inps, consegno copia delle mie buste paga e spero che basti, mentre ecco che arriva la seconda raccomandata copia della prima. La faccio breve, dopo quasi un anno di pellegrinaggi regolari alla sede inps di competenza scopro che la mia titolare non mi aveva mai versato i contributi dovuti, dal 2009 al 2012. Io inizialmente rimango basita, poi le chiedo lumi e lei mi dice di aver rateizzato suddetti pagamenti, ma che dovrebbe essere tutto a posto. Dovrebbe appunto, perchè alla mia ennesima richiesta ricevo la solita raccomandata (sì, le ho conservate tutte) che mi nega l'erogazione della prestazione. Finalmente riesco a parlare con qualcuno di competente all'inps che mi spiega nel dettaglio la situazione: i contributi risultano tutti inviati a recupero crediti e loro non possono farci niente, se lei non paga loro non possono darmi quello che mi spetta perchè per i lavoratori iscritti alla gestione separata questo tipo di prestazioni non vengono anticipate da loro, come invece avviene per i dipendenti (attenzione: adesso le cose dovrebbero essere cambiate, qui stiamo parlando del 2013).
Chiedo nuovamente lumi alla mia titolare, le spiego bene come stanno le cose e lei mi dice di aver pagato le rate ad Equitalia, all'inps mi dicono che allora forse le due cose non sono state allineate e io inizialmente voglio credere a questa versione. Ogni tanto torno alla carica con lei, la mia domanda ha ancora due anni di vita, dal momento che dopo cinque anni decade ed è ancora lì che aspetta di essere evasa. La mia situazione contributiva non è cambiata, le mie richieste o cadono nel vuoto o vengono liquidate con frasi tipo "parlo col commercialista poi ti dico" e io sono ancora qua che aspetto e di fatto non posso fare niente di più.
Ho 34 anni e non ho mai avuto un lavoro "vero", non vedrò mai la pensione e speravo che questa potesse essere l'occasione per poter dire a me stessa che i contributi versati in questi anni sarebbero serviti a qualcosa. E invece probabilmente quei soldi non li vedrò mai, pur avendo presentato tutta la documentazione nei tempi utili, pur avendo lavorato esattamente come un lavoratore dipendente e pur avendone tutto il diritto. Quando ci penso mi piglia male, quindi cerco di tenere questa cosa lì in fondo, la tiro fuori ogni tanto, quando decido di rifarmi viva con la mia titolare, ma poi cerco di ricacciarla giù da qualche parte, insieme ad altri rospetti che ho dovuto ingoiare.
Al di là della questione economica e della cosa in sè trovo vergognoso che debba essere io a sbattermi per tenere in vita la cosa, quando dall'altra parte c'è l'inps che, dopo aver mandato alla mia ex titolare le cartelle, non ha più mosso un dito per la cosa. E trovo altrettanto vergognoso che mi venga negato un diritto per una colpa che non è mia e per una cosa per la quale io non posso fare niente, dal momento che quei soldi lei non li deve a me, ma appunto all'inps, che a quanto pare non è in grado di farseli dare. Ah non stiamo parlando ovviamente di milioni di euro eh... sono 6 mesi di contributi, basterebbero quelli del 2012. Ed ero l'unica dipendente in quel momento, quindi fatevi i vostri conti.
Quest'anno quindi, tra una cena tra amiche, un cinemino e uno spettacolino piccante, pensate anche a me, al mio congedo di maternità disperso nei meandri della burocrazia e a tutte le altre donne in giro per l'Italia che probabilmente sono nella mia stessa condizione.
E buona festa della donna a tutte.

martedì, marzo 01, 2016

E' da parecchio che non uso la bici, un po' perchè all'inizio della gravidanza non ero esattamente in forma, poi è arrivato il freddo e la pancia inizia ad avere un certo volume... in realtà è più una cosa mentale, perchè mia mamma e le mie amiche sono sempre andate in bici col pancione, forse non dovrei arrendermi così.
E il Comune di Torino oggi mi ha dato una buona occasione per rispolverarla.
Dopo mesi e mesi di lavori, marciapiedi rifatti, cantieri in movimento e simili, oggi pomeriggio finalmente ho capito cosa stava succedendo. Non potendo raccordare la ciclabile sul Po lato collina tra strada degli Alberoni e Via Sabaudia hanno ben pensato di rendere il marciapiede promiscuo pedoni e bici nel tratto scoperto dalla ciclabile. Praticamente hanno messo i cartelli e dipinto il marciapiede, rendendo così "legale" una situazione che in realtà era sempre esistita.
Per celebrare l'evento mi sarebbe piaciuto sfoderare una delle mie orride poesie in rima, ma ormai sono settimane che questo post giace nella cartella delle bozze e non mi è venuto in mente niente.
Così ho pensato di celebrare la cosa con l'articolo che è uscito su "la stampa" il 5 febbraio; lo potete leggere qui, il titolo è eloquente: "la nuova ciclabile ha cancellato il marciapiede".
Il primo avviso che mi piacerebbe dare ai geni che hanno intervistato per scriverlo è che, udite udite, il marciapiede c'è ancora e i pedoni lo possono usare, solo che lo condividono legalmente con le biciclette; se questa condivisione è un problema così grosso sappiate che basterà attraversare corso Moncalieri per avere un fantastico marciapiede tutto a disposizione per i pedoni.
Restando in tema di codice della strada, questa perla è da incorniciare: chi si immette in strada tende a controllare solo che non arrivino auto da sinistra. Non c’è l’abitudine a guardare dalla parte opposta. Complimenti vivissimi. Se questi sono i clienti delle attività commerciali della zona (nella fattispecie si parla soprattutto di un supermercato) sono felice di frequentarle poco.
La pista in strada al posto delle auto parcheggiate sarebbe fantastica in un mondo ideale in cui le auto non scambierebbero quella linea gialla disegnata a terra per la segnaletica orizzontale del parcheggio stesso. Perchè è difficile far capire ad un qualsiasi utente della strada che il ciclista della domenica che vuole andare a farsi una passeggiata lo farà volentieri su una ciclabile lungo il Po con 10 metri di dislivello rispetto alla strada, ma chi la bici la usa tutti i giorni per andare al lavoro, a fare la spesa, a prendere i figli all'asilo vorrebbe farlo senza allungare il proprio percorso di qualche km, aggiungendo salite e discese, sassi e stradine sterrate e simili.
Quindi continuiamo pure a protestare per 500 metri (forse scarsi) di pista promiscua; curioso invece che nessuno dei commerciati locali si lamenti per le auto parcheggiate in ogni dove che durante il giorno rendono impossibile la circolazione a tutti gli utenti della strada. Perchè parcheggiare la propria auto accanto ad un dehor che già occupa parte della carreggiata non è un'idea geniale, anche se la lasci solo 5 minuti per un caffè. Perchè parcheggiare su quella che sarebbe una corsia di canalizzazione di un semaforo ingolfa il traffico, anche se l'hai lasciata lì solo 3 minuti per comprare il pane o pagare la bolletta alla posta. Perchè parcheggiare a spina di pesce sul marciapiedi toglie spazio ai pedoni, e penso soprattutto a disabili e mamme con passeggini e carrozzine, da sempre all'ultimo posto nella catena alimentare degli utenti della strada. Perchè parcheggiare alla fermata dell'autobus o nelle sue pertinenze significa far sì che il bus fermi in mezzo al corso, bloccando il traffico e mettendo in pericolo tutte le persone che devono salire e scendere. Oltre a mettere in evidente difficoltà persone anziane, disabili e mamme con prole che si ritrovano a dover gestire dislivelli imprevisti.
Ma tutto questo evidentemente fa il gioco dei commercianti di cui sopra, a differenza del pezzo di ciclopedonale che hanno disegnato sul marciapiede.
Ah, quanto mi piacerebbe andare a letto stasera con la certezza di svegliarmi domani in un paese civile.